Je suis une femme

Leggiamo sui giornali di una donna che ha subito per anni fino a essere ammazzata e ci chiediamo perché non ha reagito. E la risposta è sempre la stessa: ‘perché non poteva fare diversamente, perché pensava di non poter fare diversamente’. I dati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, parlano della violenza contro le donne come di una condizione endemica, diffusa in ogni regione del pianeta, che coinvolge una donna su tre. Una su tre, è incredibile, sono tante, troppe per pensare che siano diverse da noi, queste madri, sorelle, figlie, lavoratrici. I fatti tristemente famosi di Parigi, rispetto a esempi di violenza cieca ben più complessa, ci portano a dire Je suis Charlie, Je suis Paris, ebbene, anche rispetto alla dimensione più piccola, intima, più famigliare della violenza sulle donne, si può dire Je suis une femme, anche io sono una di quelle donne. E in effetti, tutti potremmo diventarlo, in quanto la violenza, soprattutto quella psicologica, si insinua nelle pieghe disarmate delle debolezze e speranze comuni.

È immediatamente chiara l’immagine della violenza fisica, i lividi, gli ematomi … ma è più difficile capire dove comincia la violenza psicologica, che spesso si confonde con una tradizione culturale forte e condivisa. Immaginiamo una relazione, in cui piano piano, giorno dopo giorno, c’è un nuovo tassello, si sposta più in là il limite della violenza, che si introduce lentamente, senza nemmeno sembrare violenza: all’inizio è un po’ di rudezza, al massimo un po’ di maleducazione, ma qual è il confine tra maleducazione e sincerità estrema? Un contatto fisico per gioco e un morso che lascia il segno? E quale tra possesso e passione, tra gelosia e controllo? Tra l’insistenza del desiderio di intimità e l’umiliazione di una violenza sessuale? Così, oggi sono derisioni, domani il controllo ossessivo, eppure si alternano a momenti belli. Allora immagini che scherzi, ti infastidisci ma è fatto così, oppure la gelosia ti fa sentire importante all’inizio, non la cogli come limitazione della tua libertà, ti va di accontentarlo e a volte ti sembra indifeso, e poi pensi che i momenti belli possano aumentare e cancellare quelli brutti. Vai in tilt, letteralmente, questa imprevedibilità delle sue reazioni ti destabilizza, perché non hai la possibilità di capire gli eventi, ci provi, credi di riuscirci ma ogni volta devi riprovare, per sapere come andrà, e non puoi saperlo prima, ci sono solo malintesi, e non dipende da te, la tua autostima si abbassa, ti sembra a volte di essere sua complice, lo pensano anche gli altri, che ti criticano, perciò tendi a isolarti, non ti va di essere giudicata, non ti serve a nulla. Provi vergogna. Si insinua il silenzio. Sei sempre più sola, magari hai litigato con amici e parenti per lui, forse non lavori più perché lui così ha deciso. La violenza ha connotazioni anche economiche precise, e il sostentamento è una forma di ricatto ancora più potente se ci sono dei minori. Magari pensi pure di essere l’unica a poterlo capire e aiutare, arrivando a giustificare tutto e poi nutri la speranza che lui cambi, che capisca la sofferenza che ti infligge e se ne penta. E intanto hai sempre più paura, non riesci nemmeno a ipotizzare di fare diversamente. Il corpo comincia a parlare per te: il senso di spossatezza generalizzata e prolungata nel tempo, l’apatia, la depressione o la dipendenza da sostanze. I dati statistici raccontano delle fratture ossee di cui i medici non chiedono spiegazione, della maggiore probabilità di avere infezioni sessualmente trasmissibili, di ricorrere all’aborto o… di trasmettere questa eredità violenta alle generazioni successive. Le emozioni negative, i traumi non si distruggono da soli, non si dissolvono senza elaborazione, è poco ma sicuro: o si agiscono senza pensare, o si insidiano nel corpo e creano malattia, o si trasmettono come follia ai figli. Così, quando una generazione salta la soluzione, impone a quella che viene dopo la responsabilità di occuparsi di un problema che nemmeno ha creato personalmente. I genitori sono i primi a sottovalutare i danni della violenza domestica, diretta o assistita, sui figli. ‘Non capiscono perché piccoli’, pensano, ma si sbagliano, i bambini capiscono perfettamente il continuo stato di tensione e angoscia, sopruso e minaccia, nella propria famiglia e si sentono impotenti e colpevoli. Imparano che non ci si può fidare, che l’affetto non protegge, che nella vita o sei vittima o sei carnefice, non ci sono altre possibilità relazionali, che bisogna crescere in fretta, diventando così giudici di pace nelle liti tra adulti o difensori della figura più debole o individui compiacenti o capri espiatori. Il bisogno di legame poi è così forte che se anche il genitore è violento, è a lui che il bambino si avvicina per avere consolazione delle proprie lacrime.

Tutto questo non è amore, non lo conosce l’uomo violento, incatenato nella gabbia dei suoi impulsi, non lo conosce – più – la vittima, che confonde una parola con un’altra, attaccamento con attacco, in questo gioco di annientamento reciproco da cui si esce solo, purtroppo, con un atto di rinuncia alla speranza che le proprie risorse siano sufficienti. Resterà sempre il rammarico perché l’amore tenace non è bastato per esser felici.

Sta però a tutti gli altri la responsabilità di una maggiore umanità e di una crescente attenzione ai dettagli, per fare prevenzione, per intervenire prima che sia troppo tardi. Spesso, infatti, non si riesce a urlare il proprio dolore perché ci si sente soffocati ma per fortuna nemmeno si riesce a tacerlo del tutto.

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