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Quante volte abbiamo chiesto, o ci hanno chiesto, così per rompere il ghiaccio in una conversazione: Come ti chiami? Che lavoro fai? Dove abiti? Ma tu per caso sei figlio di… Così ci costruiamo un identikit del nostro interlocutore attraverso i suoi legami di appartenenza e i principali dati anamnestici, quelli che per convenzione, si riportano nella carta di identità. A proposito, la carta di identità ha una storia antichissima, nasce al tempo dei commercianti Assiri e poi dei soldati Romani: non c’era alcun motivo per spostarsi dalla propria casa se non per lavoro, per cui un nuovo gruppo poteva accogliere lo straniero solo con la certificazione rilasciata dal suo gruppo di origine, quale atto di fiducia. La carta di identità moderna inserisce la foto e per molto tempo riporta la descrizione dell’aspetto e il nome di entrambi i genitori, mentre con la versione elettronica per la prima volta l’identità si riduce, dimentica la professione e lo stato civile, limita i tratti fisici all’altezza.

Sono di certo aspetti convenzionali, quelli che da bambini non servono: si gioca senza bisogno di presentazioni, si condivide il tempo scambiandosi dettagli, tipo i disegni sul cerotto che si aveva ieri. Non c’è nemmeno bisogno ad esempio di dirsi il nome e in fondo, come scrive Shakespeare, cos’è un nome? Bisognerebbe sempre sapere la storia della scelta del proprio nome, perché è un segno importante di una identità che resta purtroppo marcata da un principio di insufficienza. In effetti, quale parola ci definisce di più dopo “Io sono”? Chi siamo davvero noi? Che significa “non essere più la stessa persona di dieci anni fa” e quand’è che il cambiamento è così radicale da non riconoscersi più? Per riflettere sul rapporto con lo specchio e soprattutto con la memoria, proponiamo una storia. Conoscete il paradosso della nave di Teseo? Plutarco nella Vita di Teseo racconta che la nave di Teseo, finite le sue imprese, venne conservata e venerata dagli abitanti di Atene nel corso dei secoli per il suo valore simbolico, ma a poco a poco per conservarla, furono sostituiti i pezzi deteriorati con legni sempre nuovi, fino a quando non ci si rese conto, nel III a.C., che l’imbarcazione era ormai totalmente priva delle sue parti “originali”. Nacque pertanto un acceso dibattito fra i cittadini ateniesi. Ecco, scegliere se si tratta ancora della nave di Teseo oppure no, dipende dal nostro rapporto con il cambiamento. C’è chi conserverebbe ancora la nave, perché è immodificato il suo aspetto o il suo nome, e chi non può dimenticare una variazione, anche minima, la prima o l’ultima, o la maggior parte dei cambiamenti. E questo vale anche per sé: pensiamo di rimanere noi stessi anche se il nostro corpo cambia, ad esempio per effetto di una malattia (un’amputazione, un trapianto, un tumore, un decadimento cognitivo)? Pensiamo alla chirurgia estetica, che chiama in causa il tema del restauro e dell’autenticità. In Occidente c’è la forte connotazione della materialità, una cosa è vera se può essere toccata con mano, ma vorremmo qui citare una imponente cerimonia giapponese, chiamata shikinen sengu presso il Santuario di Ise, che ormai da 1000 anni e ogni 20, sostituisce il legno che costituisce l’intero edificio di culto, a ricordare come tutto ha una fine ma anche una rinascita.

E se a cambiare è il nostro linguaggio o è la nostra personalità? Se iniziamo ad essere affetti da demenza, o se la vecchiaia con il pensionamento ci fa arrabbiare e deprimere, siamo sempre noi? Se siamo costretti ad abbandonare il nostro Paese e non parleremo più la nostra lingua madre, siamo sempre noi? La nostalgia è uno strano sentimento. Il termine si diffonde solo nel 1600, constatando le sofferenze dei mercenari svizzeri al servizio del re di Francia Luigi XIV, costretti a stare a lungo lontani dai loro monti, il che fa della nostalgia una “malattia antropologica”, che mescola tristezza per ciò che non è più presente e calore per il ricordo. Si tratta di uno struggente commiato da una parte di Sé lontana nel tempo e nello spazio, quasi un lutto per ridare senso e coerenza alla personale narrazione biografica.

Forse il termine identità ci porta fuori strada perché rimanda ad un tema di uguaglianza, ma la biologia ci insegna che nessuna delle nostre cellule attuali esisteva sette anni fa. Un adulto ha quindi cambiato completamente tutti gli atomi di cui era costituito alla nascita non una, ma più volte! Il filosofo greco Eraclito, parlando dell’identità, affermava che nessun uomo può attraversare lo stesso fiume due volte, perché né l’uomo né l’acqua saranno uguali.

Sarebbe preferibile parlare di coerenza o di unità: la nostra identità si costruisce in base ai nostri ricordi e al fatto che li racchiudiamo in una specie di linea immaginaria unitaria, che va dal passato al presente e vuole coerenza nel tempo (Ricoeur parla di memete), cioè capace di accordare somiglianze e differenze, continuità e discontinuità. È come muoversi dal singolo dettaglio ad una categoria concettuale, dalla creazione di un insieme fatto di elementi ammassati, elencati, addizionati, posti orizzontalmente, ad un’astrazione verticale che li ordina per importanza, li generalizza, li moltiplica: siamo dei frattali, insomma, come il broccolo romano, e aspiriamo all’idiota perfezione di una cipolla, come descrive la poetessa Wislawa Szymborska!!!

Questo sentimento interiore di Sé ad esempio mal tollera le contraddizioni: va molto di moda il termine resilienza, la capacità di adattarci, di resistere e di superare le difficoltà, eppure di fronte ad una frustrazione o ad un disagio, ci chiediamo se non è il caso di ribellarci, di fare la rivoluzione, di mostrare il nostro disagio, altro che sopportazione!!! Eppure, non facciamo l’errore di scambiare identità con immutabilità: non c’è possibilità di una descrizione compiuta e solitaria di sé, perché ci definiamo nelle nostre relazioni in modo sempre diverso ed è ingenuo cercare autonomia o unicità assolute. Così, talvolta gli altri riescono a cogliere aspetti di noi, che si allontanano un po’ da quello a cui siamo abituati ed è normale mal sopportare lo spettro dell’esclusione o della solitudine.

Consolidare l’identità significa quindi essere rassicurati nella molteplicità del proprio fare e sentire, perché è importante e legittimo essere riconosciuti nella propria unicità senza sentirsi discriminati o isolati.

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