Se solo avessi…

Avete mai sentito parlare di pensiero controfattuale? Probabilmente no. In psicologia, è definito come la capacità di fare ipotesi e di usare i verbi al congiuntivo e al condizionale. Sicuramente vi è famigliare: quante volte vi è capitato di pensare “Se solo avessi…”? Spesso riflettiamo su come le cose sarebbero potute andare diversamente, ecco, questo è il pensiero controfattuale ed è capace di aprire a mille mondi alternativi. Non è però soltanto un allenamento della propria fantasia, è davvero concreto, perché da un lato è un modo per evitare errori futuri e dall’altro è capace di attivare un coinvolgimento emotivo, diventando così una esperienza affettiva, coinvolgente, dunque reale. La parola “rimpianto” vi dice nulla?

Il pensiero controfattuale spiega ad esempio quest’immagine che gira spesso sul web e fa del terzo sul podio una persona molto più soddisfatta delle altre: chi prende l’argento si concentra sull’ipotetica vittoria sfiorata (“avrei potuto vincere, però, c’ero quasi!”), mentre chi riceve il bronzo si concentra sulla paura di non vincere affatto perciò si sente molto grato per aver evitato il peggio! (“almeno un terzo posto, dai, meglio di niente”). Questo perché le ipotesi alternative a cui pensiamo non sono voli pindarici astratti, ma confronti tra le varie opzioni (scartate poi con la decisione presa), quindi passo dopo passo ci muoviamo verso le altre alternative possibili più vicine. Questo meccanismo da un lato aiuta a imparare dagli errori ma dall’altro, attenzione, ci sfida a pensare che la nostra vita dipenda da noi. Il senso di responsabilità (e di colpa) potrebbe farci percepire le scelte come definitive e senza rimedio ma fermiamoci, respiriamo e rassicuriamoci sul fatto che non sono sentenze di cassazione!

Dobbiamo quindi stare attenti perché il pensiero controfattuale può costruire un circolo chiuso che crea un’ansiosa indecisione paralizzante. Pensiamo a quando, a fine giornata, a letto, ci fermiamo a riflettere sulla nostra vita, i cambiamenti recenti, le decisioni che ci aspettano da prendere, ecco, è intuitiva la relazione tra perfezionismo e insonnia. Il continuo ripensare alle cose diventa una ruminazione ossessiva ed è stancante proprio fisicamente. Le persone più precise e rigide, con i loro tratti ossessivi, hanno più difficoltà nel formulare un corretto pensiero controfattuale, che è solo uno strumento rapido di confronto tra diverse situazioni concrete e obiettivi futuri. Diventa allora rassicurante rifugiarsi nelle abitudini (rituali). Cercando di controllare il futuro, senza riuscirci, sia perché nessuno può controllarlo, sia perché non riescono a immaginare correttamente le opzioni possibili, hanno un coinvolgimento emotivo più estremo, e quando osservano a ritroso la loro storia, si rimproverano e soffrono più degli altri la fitta del rimpianto. Ma questo dolore per ciò che è stato fatto e non può più essere recuperato, per una perdita definitiva o un danno irreparabile è una critica eccessiva. Se non ci si perdona per i propri limiti, si può solo andare avanti al margine della propria esistenza, senza godere di ogni giorno per quello che è, il regalo di qualche ora da ricordare domani.

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