La maternità con la mascherina

Molti i bimbi nati in quest’anno così particolare tra speranza e paura. Partorire in periodo Covid significa partecipare al momento storico con delle rinunce importanti. A cominciare dal periodo della gravidanza: ad esempio, restare a distanza di sicurezza dal monitor delle ecografie, rende più difficile osservare il bambino nello schermo, non si vede se anche gli altri in stanza sorridono. Il corso preparto viene sospeso per alcune e diventa virtuale per altre. Anche preparare il corredino è complicato, non si possono scegliere le cose da vicino, scambiando due chiacchiere, i negozi chiudono e c’è la paura di uscire di casa. 

Tutti i libri di approfondimento, che fanno compagnia durante la gravidanza, raccontano quanto sia fondamentale il sostegno del partner e della famiglia, ma le restrizioni della pandemia impongono alla donna di entrare da sola in ospedale e affrontare da sola il travaglio. Il suo compagno aspetta ore in macchina fuori dall’ospedale, viene avvertito all’ultimo, così entra in sala trovando una compagna stravolta, assiste al momento della nascita e poco dopo va via. Attenzione, qui non si tratta di non poter girare il video della nascita, perché coinvolgere il papà fin dal primo respiro del figlio è un modo per costruire relazioni famigliari differenti. Il papà non è un accompagnatore, la donna non è solo impegnata nel partorire fisicamente la sua creatura. Qui si parla di desideri e di ricordi intimi. Un papà ha il diritto di stare vicino al bambino nelle sue prime ore. Un bambino ha il diritto di sentire anche il suo papà. E ciascuno ha bisogno del suo partner.   

In sala parto, una mascherina copre i visi di tutti: i medici non si riconoscono, è più difficile capire che cosa dicono, alla mamma manca l’aria, durante il travaglio respira male, il bambino vedrà per prima cosa non volti ma occhi. 

La solitudine post-parto, già diffusa, è ora amplificata. Ognuno riconosce il lavoro degli operatori per fronteggiare l’impegno ordinario e quello straordinario, ma le neo mamme fanno appello alle loro risorse e alla loro forza interna per affrontare il disagio della mancanza di un confronto. Non si impara con il partner a tenere in braccio il proprio bambino, non ci si confronta con le altre donne sull’avvio dell’allattamento al seno. E quasi sembra un errore parlarne, perché, insomma, un reparto di ostetricia ha solo belle notizie, non è pericoloso come in pronto soccorso o presso la terapia intensiva. In un momento in cui tutto è ridotto all’essenziale, alla sopravvivenza, è la vita ad essere svilita.

I reparti di maternità hanno corridoi vuoti, le mamme non passeggiano, i parenti non arrivano. C’è silenzio. I fratellini e i nonni conosceranno il bambino dal cellulare. E niente festa all’arrivo, bisogna stare attenti. O meglio, la festa c’è, quando tutto va bene, manca però la condivisione, il mondo che accoglie il neonato. Resta la sensazione che si è perso qualcosa. Si sente la mancanza delle cose prima banali.

Sconsigliate tutte quelle attività di contatto della mamma con il mondo esterno che le permettono di sentirsi meno sola. Resta però, la preoccupazione per quello che si sta togliendo ai piccoli e per le conseguenze di questa solitudine sul lungo termine.

Malou Scuderi (pagina facebook: https://www.facebook.com/malouscuderiphotographer/) è una brava fotografa, lavora in Toscana e durante l’emergenza Covid ha deciso di fare un reportage in ospedale, pubblicato sull’Espresso, per testimoniare i cambiamenti che riguardano anche il parto (https://espresso.repubblica.it/attualita/2020/07/08/news/coronavirus-sala-parto-gravidanza-1.350690?ref=HEF_RULLO&fbclid=IwAR2rHCvT2Iwjeh6GCrI2p8whxg1NUmnF-2Jv_H-oYpyh4ekCxh-TIWX51ek). Sua è la foto che possiamo vedere in questa pagina.

Ecco, quello che consigliamo a coloro che sono diventati genitori nel 2020, è proprio questo. Mamma e papà si ritrovano ad avere dei ricordi un po’ differenti delle prime ore del loro bambino perché così capita sempre, ma in più così ha imposto la necessità storica. Appena possibile, forse è bene riguardare insieme quei momenti, anche attraverso le foto del cellulare. C’è chi le ha inviate e chi le ha ricevute e non è la stessa cosa. Può essere un modo per ricucire la condivisione che è mancata: è stato inevitabile, va bene, ma la propria storia è diversa da quella degli altri neogenitori, oppure differente da come si poteva immaginarla, qualcosa è mancato purtroppo, o è andato perduto, ed è bene dirselo.

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