Dislessia: perchè non parlarne in occasione della Fiera del libro a Torino?

Si chiama dislessia ed è un disturbo specifico dell’apprendimento, che riguarda in particolare la capacità di leggere e scrivere in modo corretto e fluente. Questo significa due cose.

Primo, la dislessia coinvolge le abilità scolastiche e quindi la diagnosi può essere fatta solo quando il bambino frequenta la scuola primaria.

Secondo, ed è bene sottolinearlo, il bambino non ha un ritardo mentale, per quanto possa rimanere indietro nel programma della classe, non è poco intelligente o disattento, e non ha deficit sensoriali, non ha problemi familiari o emotivi che possono essere considerati la causa del disturbo. La dislessia, può però incidere sulla crescita psicologica del bambino perché le difficoltà che incontra quotidianamente possono minare la sua autostima, nascondendo le sue risorse.

Leggere è considerato un atto così semplice e automatico che risulta difficile comprendere la fatica di un bambino dislessico ma a ben vedere non è facile: bisogna ricordare il suono associato a un segno del tutto arbitrario e poi far seguire e legare un suono all’altro, individuare le parole, molto rapidamente, muoversi da sinistra verso destra sul rigo e poi andare daccapo con ordine, ricordare quanto si è letto e aggiungere anche il ritmo della punteggiatura in modo che pure l’intonazione aiuti a dare un senso al testo.

Il bambino dislessico riesce sì in questi compiti ma mai in modo automatico e solo con uno sforzo notevole, perciò si stanca più facilmente degli altri, fa errori, rimane indietro, non impara o non comprende i testi, le cifre, le sequenze e/o i rapporti spazio-temporali perché sbaglia l’ordine. Può poi aver difficoltà con una lingua specifica e non un’altra ma anche con alcune abilità motorie (ad esempio, allacciarsi le scarpe), nella capacità di attenzione e di concentrazione, di arricchire il proprio vocabolario e prendere appunti.

Se si nota che ci sono queste difficoltà si può chiedere una diagnosi per conoscere l’area coinvolta e a che livello di gravità.

Il rischio di un intervento tardivo, infatti, è che si ridicolizzi o colpevolizzi il bambino, attribuendogli timidezza e superficialità, svogliatezza e disattenzione. Lui si sentirà poi demotivato da una catena di insuccessi che non sa spiegarsi. Si crea così un circolo vizioso che può generare nel tempo inibizione, ansia e depressione o al contrario aggressività e esibizionismo. Il bambino vede che i compagni riescono facilmente in attività che lui non comprende, viene sollecitato a impegnarsi di più, si percepisce incapace e sente che nessun adulto è soddisfatto di lui e che è escluso dal gruppo di pari perché non ne è all’altezza. Può allora reagire disinvestendo la scuola o al contrario attaccando il contesto. Il bambino si sentirà frustrato ogni volta che deve confrontarsi con gli altri o deve ripetere lo stesso esercizio perché non ha possibilità di imparare con le usuali tecniche di apprendimento nemmeno se ripetute all’infinito. Ha infatti bisogno di approcci alternativi ma può imparare e a volte basta sfruttare tutti i canali sensoriali, concedere dei tempi più lunghi o degli strumenti adeguati (anche digitali) per ottenere un netto miglioramento nel rendimento scolastico.

Un aiuto può venire anche da casa, se i genitori non si trasformano in insegnanti o non si sostituiscono al bambino nel fare i compiti ma lo accompagnano e stimolano, senza scoraggiarsi, anche al di fuori dello studio, con giochi e attività ricreative, con la condivisione di pensieri, letture e esperienze, regola che vale a ben vedere per tutti i bambini!!!

Farsi aiutare da una persona esterna alla famiglia può alleggerire il carico e parlare del problema, condividerlo con gli insegnanti e i compagni di scuola permette di non esagerarne la portata. Può capitare che i genitori, che tanto valorizzano la scuola, si sentano in colpa perché hanno paura di aver trascurato il figlio o di essere giudicati male dai docenti: informarsi permette di capire che né loro né il figlio sono stati negligenti. Succede. Non per forza bisogna essere tutti uguali. Anzi, il disturbo può segnalare non una mancanza, al contrario far emergere risorse insospettate, una creatività e un punto di vista sul mondo al di fuori del comune. “Al bambino si dovrebbe chiedere di fare le cose meglio che può”, consiglia un noto esperto, “ma niente di più”.

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